La meditazione, a cura del pastore Simone Caccamo, è sul versetto proposto dal Lezionario “Un giorno, una parola” per il mese di Giugno
EBREI 13, 3
Il passo da cui è tratto questo versetto si trova in apertura dell’ultimo capitolo della Lettera agli Ebrei e ci pone di fronte a un’esortazione intensa: vivere l’amore fraterno in modo concreto e quotidiano. L’invito indirizzato alla comunità è quello di esprimersi efficacemente attraverso la vicinanza, l’ospitalità e l’attenzione a chi è nel bisogno. In particolare, ci si rivolge a coloro che portano sulle proprie spalle le conseguenze di scelte di vita lacerate e laceranti, i carcerati: simbolo di una umanità ferita che, in questa esortazione, si esprime nel desiderio di sostegno, di cura, di memoria e di considerazione. Certo qui non c’è posto per il giudizio! Un appello forte a una fede che non resta solo ancorata alle parole, ma si traduce in gesti di affetto, di responsabilità e di sostegno concreto.
Considero molto significativo che il testo non richiami a svolgere le visite ai carcerati, ma a doverci considerare, più profondamente, loro compagni di prigionia rinchiusi in una cella del carcere. Emerge un profondo invito alla solidarietà come partecipazione reale alla condizione dell’altro, molto lontana da quell’atteggiamento di chi si crede un benefattore che concede, allo sfortunato di turno, i propri benefici dall’alto. Invece, si richiede di essere partecipi della loro stessa esperienza. L’autore della Lettera agli Ebrei richiama a un coinvolgimento intenso, capace di condividere le fragilità dell’altro fino a intrecciarle con le proprie. Una scelta questa che è anche e soprattutto il riconoscimento del luogo in cui Dio stesso si rende presente: nell’incontro e nell’accettazione delle nostre fragilità appunto. Dimostrare di voler essere solidali in questo, si presenta come una modalità dell’essere credenti nel Cristo di Dio, vale a dire, una manifestazione essenziale della fede, che siamo invitati e invitate a vivere concretamente. Alla luce di questa prospettiva, la comunità cristiana è chiamata non solo a ricordare i carcerati, ma a diventare uno spazio in cui la sofferenza, la colpa e la fragilità possono essere accolte e trasformate.
La Lettera agli Ebrei, in questo passo illuminante nell’invito a condividere la prigionia, propone una vera e propria spiritualità della vicinanza che ci radica in Cristo stesso. Così essa si manifesta in una giustizia che non si limita a ristabilire un equilibrio infranto, ma cerca di ricostruire ciò che il male ha distrutto. È in questa prospettiva che la visione biblica si apre alla giustizia riparativa. Nella Scrittura, infatti, la giustizia non si presenta come un meccanismo impersonale: essa è un processo che coinvolge persone, relazioni, comunità, Dio stesso. Quando il male viene compiuto, ciò che si spezza non è solo una legge, ma sono dei rapporti personali, collettivi e identitari. Ciò che va riparato non è solo un danno, è una collettività e la sua storia. In questo senso, credo fermamente che la giustizia riparativa non sia da considerarsi come un’aggiunta moderna al messaggio evangelico: la Scrittura, infatti, non separa mai la giustizia dalla relazione. Quando il male viene compiuto, ciò che si spezza non è solo una norma, ma sono dei legami: tra persone e comunità, tra l’uomo e Dio. Per questo la risposta non può limitarsi alla punizione, ma deve cercare la via della ricomposizione, della riparazione, della riconciliazione, della ricostruzione del tessuto ferito.
La comunità cristiana, allora, è chiamata a essere laboratorio di questa modalità di praticare la giustizia evidenziata nella Scrittura. Un luogo in cui chi ha sbagliato può trovare ascolto, accompagnamento e possibilità di rinascita. La solidarietà con i carcerati diventa così un segno concreto di questa visione: non si tratta di giustificare il male, ma di credere che nessuno/a è definito/a per sempre dal proprio errore. È la fede nella possibilità di un futuro diverso, nella forza della grazia che rialza, nella dignità personale che nessuna colpa può mai cancellare. In questa prospettiva, la comunità cristiana anticipa nella storia il volto del Regno: un luogo in cui la giustizia non è vendetta, ma guarigione; in cui la verità non schiaccia, ma libera; in cui la misericordia non è debolezza, ma forza che ricrea e ricostruisce proprio là dove il male ha ferito. Vivere la solidarietà con i carcerati significa allora testimoniare che la speranza è possibile anche nei luoghi più oscuri, e che la luce del Vangelo può raggiungere ogni prigione, esteriore o interiore. Amen.
meditazione a cura di
Pastore Simone Caccamo
Simone Caccamo è pastore battista in servizio locale presso la chiesa cristiana evangelica battista di Roma – Teatro Valle. È membro del Dipartimento Chiese Internazionali





