Addio a Jesse Jackson

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Icona dei diritti civili, Jackson lottò per la giustizia economica, sognando un’America costruita sulle differenze

di Massimo Aprile

È morto Jesse Jackson. Aveva 84 anni.

Jesse era tra gli amici presenti su quel balcone del Lorraine Motel dove il pastore Martin Luther King fu assassinato il 4 aprile del 1968.

Un grande personaggio. Un predicatore battista, organizzatore, stratega.

Nel 1984 e nel 1988 fu candidato alle presidenziali degli Stati Uniti. C’è un unanime parere nel ritenere che senza di lui non ci sarebbe stata l’elezione successiva di Barak Obama.

Si potrebbero raccontare tante cose di Jesse Jackson, compresa la sua amicizia coi battisti italiani e, in particolare, col pastore Saverio Guarna.

Tra le tante cose voglio ricordare la campagna “Breadbasket” nel 1966-67 a Chicago in cui manifestò la sua genialità politica.

Il concetto della campagna era molto semplice: “Non comprare dove non puoi lavorare”. Infatti, non c’è solo la questione del diritto al voto, ma il nero deve imparare a “votare” anche usando le leve dell’economia e dei consumi. Nei quartieri in cui i neri compravano la casa, si doveva pretendere che avessero pari opportunità anche occupazionali. In mancanza di esse, le associazioni afroamericane avrebbero orientato gli acquisti in altra direzione. L’economia come forma di persuasione per il riconoscimento dei diritti degli sfruttati, neri, latinos e immigrati in generale. 

La sua campagna, ovviamente appoggiata da Martin Luther King jr, fruttò migliaia di posti di lavoro!

Resta memorabile in uno dei suoi discorsi/sermoni l’immagine del patchwork. Egli riportò che la madre, per le condizioni di povertà, cuciva per la famiglia coperte con ritagli di stoffa. L’opera finale risultava sempre di una bellezza sorprendente. Così, auspicava Jackson, dovrebbe essere la Federazione statunitense, facendo della diversità la ragione della bellezza. 

Per l’oggi, queste parole risuonano come profetiche.