Qualcosa che “tiene”

Meditazioni

La meditazione, a cura del pastore Italo Benedetti, è sul versetto proposto dal Lezionario “Un giorno, una parola” per il mese di Maggio
Questa speranza la teniamo come un’àncora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina

EBREI 6, 19

C’è una domanda che molte persone si portano dentro senza riuscire a formularla bene. Non è se Dio esiste, a quella si sopravvive benissimo. La domanda che invece brucia è più semplice e più feroce, e si affaccia nelle notti insonni, quando la vita interrompe la sua routine rassicurante e diventa incerta, sconnessa. La domanda è: c’è qualcosa che ‘tiene’ nella vita?
C’è qualcosa che tiene quando la relazione su cui avevi costruito tutto si rompe e scopri che, senza quella persona, non sai più chi sei? Quando il tuo progetto di vita crolla e ti rendi conto di aver puntato troppo su di esso? Quando la fede semplice e solida che ti aveva accompagnato smette improvvisamente di rispondere alle domande che la vita ti sta facendo adesso?
È la domanda di chi si sente come in mare aperto: non vedi più il punto da dove sei partito, e non vedi ancora il punto dove stai andando. La bussola forse funziona ancora, ma non sei sicuro che la rotta sia quella giusta. E devi comunque tenere dritto il timone, perché il mare non aspetta.

La comunità a cui è stata scritta la lettera agli Ebrei si trova esattamente in questa situazione. Non si tratta di persone senza fede, ma di persone con una fede che fa fatica. L’autore prende le loro perplessità sul serio e offre due immagini: un’àncora e un velo – cioè, la cortina che nel tempio separava il luogo santissimo, e che si lacerò quando Gesù morì sulla croce.
C’è una sensazione precisa in chi ha vissuto un cambiamento radicale: non sei più quello che eri, ma non sei ancora quello che sarai. Non hai perso la direzione, ma non hai ancora una forma. È qualcosa di più sottile, è un senso di sospensione della vita. Le vecchie certezze non funzionano più e le nuove non sono ancora arrivate. Molti vivono quella sensazione in silenzio, come se non avere ancora le idee chiare fosse un fallimento personale. Ma, raggiungere il mare aperto non è il fallimento del viaggio: è semplicemente il viaggio. E la domanda non è come tornare al porto di partenza, ma come imparare a stare in mare.

C’è un paradosso al cuore di questo testo. Un’àncora normalmente va verso il basso, si aggrappa al fondale marino. Questa invece va verso l’alto, oltre il velo del tempio – cioè, oltre ciò che vediamo e sappiamo, nel territorio di ciò che il futuro nasconde e che è nelle mani di Dio.
L’àncora, quindi, non è aggrappata a qualcosa dentro di noi. È aggrappata a qualcosa fuori di noi, che c’era prima di noi ed è più grande di noi. La lettera agli Ebrei dice che questa àncora è «sicura e ferma». Non dipende da come oggi mi sento, non dipende nemmeno da me: è fondata unicamente sulle promesse di Dio.
La speranza cristiana, quindi, non è fondata sulla stabilità del nostro carattere, sulla nostra fedeltà, sulla nostra forza interiore. Non dipende da noi – e meno male! Tutto ciò che è nostro può vacillare e cadere. Ma non Dio, non le sue promesse. Non “teniamo” perché siamo forti. Teniamo perché siamo tenuti.

Qual è l’Evangelo di questo testo? Non è un’esortazione. Non è: “Sii più speranzoso”, “Tieni duro”, “Abbi più fede.” Queste non sarebbero parole di grazia; anzi, sono parole che potrebbero addirittura aumentare il peso sulle spalle di chi è già stanco.
La Buona Notizia è l’opposto: “c’è un’àncora che non abbiamo gettato noi, e che ci tiene”.
Perciò, noi non siamo persone che resistono stringendo i denti, che mantengono la speranza con la propria disciplina personale. Siamo invece persone che camminano sapendo di essere tenute da qualcuno che ci precede, che non si demoralizza quando ci abbattiamo, che non vacilla quando vacilliamo, che non viene meno quando veniamo meno. Il mare rimane. Il velo rimane. La distanza rimane. Ma c’è una differenza enorme tra chi affronta i momenti difficili credendo di dover tenere tutto da solo, da sola, e chi li affronta sapendo che c’è una fune ben agganciata all’àncora dall’altra parte.

Perciò, torniamo pure a quel mare aperto, che qualche volta è la nostra vita, sapendo che, oltre il velo di ciò che non sappiamo, c’è un’àncora «sicura e ferma». Quest’àncora non ti permette solo di credere al porto di arrivo: ti permette anche di avere fiducia durante il viaggio, perché credi anche alla rotta che hai intrapreso. Amen.

meditazione a cura di

Pastore Italo Benedetti

Italo Benedetti è pastore battista presso la chiesa cristiana evangelica battista di Napoli-via Foria