La meditazione, a cura della pastora Silvia Rapisarda, è sul versetto proposto dal Lezionario “Un giorno, una parola” per il mese di Luglio
Amos 5, 24
C’è un tempo in cui Dio odia e disprezza la religione. È il tempo nel quale il canto religioso copre il grido dei poveri; l’incenso liturgico ammanta il fetore delle ferite inferte dall’ingiustizia sistemica; la fede che alza le mani al cielo le ritrae per non toccare le lacerazioni della terra.
Il profeta Amos profetizza proprio in quel tempo lì. Il tempo nel quale il culto diventa anestesia e la religione consola chi dovrebbe convertirsi.
E così lui, che non era profeta né figlio di profeta, ma un semplice mandriano e coltivatore di sicomori, è mandato da Dio a annunciare a Israele che la sua opulenza sarà la causa della sua distruzione, perché Dio detesta la magnificenza di Giacobbe e odia i suoi palazzi. È mandato a annunciare che la passione di Dio sta per travolgere Israele, come una corrente imperitura che avanza, scava, scopre ciò che era nascosto, irrompe, apre nuove strade.
Su tribunali imbavagliati, economie predatorie, confini disumani, lavori senza dignità, leggi che tutelano i garantiti e lasciano soli i vulnerabili, il diritto di Dio sta per scorrere. Su relazioni inaridite che spargono polvere sulla testa delle indifese e calpestano la testa del povero, la rettitudine di Dio fluirà come un torrente perenne.
Oggi Amos parla attraverso la voce di molti attivisti, di scienziate, di ONG, di comunità indigene. Non sono profeti o profetesse né figli di profeta, ma come Amos denunciano il sistema mondiale nel quale viviamo, senza diritto e senza rettitudine, che sta trasformando la nostra terra promessa in terra devastata.
Oggi voglio ricordare Berta Cáceres, attivista indigena Lenca dell’Honduras, e il suo fiume Gualcarque, che difese dalla costruzione della diga Agua Zarca, denunciando che non vi è diritto e non vi è giustizia quando un fiume, fonte di vita e di identità, viene trasformato in risorsa privata, minacciando l’accesso a acqua, cibo e medicinali per i popoli indigeni.
Berta Cáceres è stata una voce profetica perché ha denunciato un mondo in cui il diritto non protegge il povero, ma può essere aggirato da imprese, poteri politici e interessi finanziari; perché ha denunciato relazioni spezzate, in cui popoli, fiumi e terra vengono trattati come ostacoli al profitto.
Nel discorso di accettazione del premio Goldman Environmental Prize, pronunciato il 20 aprile 2015 all’Opera House di San Francisco, Berta rivolse un appello non solo al suo popolo, ma all’umanità intera: “Svegliamoci! Svegliati, umanità! Non c’è più tempo. Dobbiamo liberare la nostra coscienza dal capitalismo rapace, dal razzismo e dal patriarcato, che non faranno altro che condurci all’autodistruzione. La nostra Madre Terra – militarizzata, recintata, avvelenata, un luogo in cui i diritti fondamentali vengono sistematicamente violati – ci chiede di agire”.
L’anno seguente Berta verrà assassinata, ma il suo invito a costruire società capaci di coesistere dignitosamente, la sua esortazione a unirci per coltivare la speranza, ci chiamano ancora all’azione.
Dio ci chiama, chiama noi che non siamo profeti e profetesse né figlie di profeta, e ci costringe a domandarci se il nostro culto chiama alla conversione o genera soltanto appartenenza; se le nostre parole su Dio aprono varchi per le persone oppresse o proteggono l’ordine che le opprime; se la nostra fede rende più limpido il mondo o soltanto più sopportabile la sua ingiustizia.
meditazione a cura di
Pastora Silvia Rapisarda
Silvia Rapisarda è pastora battista in servizio presso la chiesa cristiana evangelica battista e della chiesa valdese di Catania.





