La vita che Gesù dà

Meditazioni

La meditazione, a cura del pastore Dario Monaco, è sul versetto proposto dal Lezionario “Un giorno, una parola” per il mese di Agosto
Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza

GIOVANNI 10, 10

Il verso del Vangelo di Giovanni che ci accompagna nel mese di Agosto, nella sua interezza, recita: «Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Gesù ha parlato di se stesso come della porta dell’ovile, da cui possono passare le pecore, per vivere una vita degna “dentro” e “fuori”, ma anche come del buon pastore che le pecore devono imparare a seguire, per non finire tra le grinfie dei briganti.

Alla fine di questo discorso, ci fa conoscere una verità semplice, eppure a suo modo scandalosa: non serve un potere sovrannaturale per “rubare, ammazzare e distruggere”, gli esseri umani sono bravissimi da soli, da sempre, ma serve la potenza di Dio per sconfiggere la morte, e dare la vita.

Ovunque ci sia guerra, omicidio, rapina e distruzione, non ci può essere il padrone delle pecore.

Intorno a noi, ogni giorno, vediamo chiarissimi esempi, di ladri e briganti di speranza che bombardano civili inermi, che insegnano attivamente ai loro popoli che la guerra è l’unica risposta possibile alla necessità di convivenza, alla differenza di posizione, ideologia e religione, che, insomma, l’unica risposta alla pluralità è la riduzione delle possibilità di conflitto.

Di fronte a chi toglie la sicurezza, la vita o la speranza, Gesù viene a dare la vita, innanzitutto.

La prima caratteristica di questa vita è la possibilità di muoversi, spostarsi, di essere riconosciuti come fratelli e sorelle, e non come nemici, e di essere accolti e non cacciati. Gesù dice: “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” (Gv. 10, 9). La vita che Gesù dà non è solo un fatto biologico, è un atto dinamico, significa vivere seguendo la propria coscienza, camminando con integrità e libertà profonda, senza delegare la propria fede e responsabilità, ma questa vita deve essere abbondante, più larga dei limitati confini della nostra visuale.

Abitiamo un mondo che ci urla di avere paura, e quindi che dobbiamo combatterci vicendevolmente, perché i beni di prima necessità sono scarsi, e quindi, anche la possibilità di “rubare, ammazzare e distruggere” non è mai da eliminare totalmente, perché altri vogliono fare lo stesso con noi. Gesù contrappone a questa follia una vita in cui si entra e si esce dal recinto; in cui si scoprono nuovi spazi di nutrimento, non solo per il corpo; in cui impariamo di chi fidarci e chi non seguire; in cui non abbiamo paura di cambiare idea, e di affinare le nostre capacità di ascolto, per riconoscere la voce del pastore, e non seguire chi cerca di imitarne il suono, ma distorcendone le parole. In un mondo in cui ci vogliono convincere che siamo, abbiamo e valiamo “meno”, Gesù ci assicura che la vita che ha in serbo per noi è abbondante, e che per la Sua grazia, addirittura sovrabbondante, ci permetterà di essere uno in Lui, anche essendo molti.

Gesù avrebbe potuto dire “sono venuto a darvi ragione, e ragione da vendere”, e sicuramente la comunità giovannea, come anche noi, avrebbe gradito moltissimo avere l’ultima parola sulle questioni di fede, ma la vita di cui parla il Signore, la vita responsabile della nostra coscienza non è abbondante quando accumula certezze, ma, al contrario, quando smette la pretesa di “avere ragione”. L’abbondanza inizia quando accettiamo la pluralità e la diversità di una creazione in cui Dio parla lingue che non padroneggiamo e abita cuori che non ci somigliano.

Il tempo estivo, spesso una parentesi nella vita ordinaria, e un ripiegamento nei propri spazi di comfort, può diventare, invece, uno spazio di movimento interiore ed esteriore.

Abitare responsabilmente il nostro presente, significa avere il coraggio di varcare la soglia dei nostri recinti identitari. La vita in abbondanza ci chiede di rinunciare ad una certa dose di certezze monolitiche, per acquisire l’elasticità del camminare su terreni che potrebbero esser sconnessi, su sentieri che potrebbero rivelarsi tortuosi.
Siamo chiamati, come credenti e come chiese, a testimoniare che l’unica alternativa alla logica distruttiva dei «ladri di speranza» è una fede capace di ospitare la pluralità. Deporre la pretesa di possedere l’ultima parola è il primo passo per riscoprire la Grazia nella sua forma più autentica: un’eccedenza che non divide, ma che accoglie la diversità dei modi in cui lo Spirito opera nel mondo. Amen.

meditazione a cura di

Pastore Dario Monaco

Dario Monaco è pastore battista in servizio presso la chiesa cristiana evangelica battista di Chiavari